Quando nel primo episodio di Terra Nostra il piroscafo Andrea I lascia Genova diretto in Brasile, Giuliana e Matteo non stanno soltanto iniziando una storia d’amore. La loro traversata rappresenta, in forma romanzata, l’esperienza vissuta da centinaia di migliaia di italiani che, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, lasciarono il proprio Paese nella speranza di costruire una nuova vita dall’altra parte dell’Atlantico.

La telenovela di Benedito Ruy Barbosa comincia nel 1894. Ll’Andrea I parte dal porto di Genova trasportando centinaia di contadini italiani che fuggono dalla crisi economica e cercano fortuna in Brasile.
I numeri aiutano a capire le dimensioni del fenomeno. Secondo l’IBGE, tra il 1870 e il 1920, nel periodo definito della “grande immigrazione”, entrarono in Brasile circa 3,3 milioni di immigrati. Gli italiani furono circa 1,4 milioni, pari al 42% del totale. Non si trattò quindi di un fenomeno marginale, ma di una delle più importanti migrazioni della storia brasiliana.
È questo il mondo che Terra Nostra cerca di riportare sullo schermo: uomini, donne e bambini che lasciano ciò che conoscono per raggiungere un Paese del quale spesso sanno pochissimo. Alcuni riusciranno a migliorare le proprie condizioni, altri incontreranno povertà, sfruttamento e delusioni. Non esiste, infatti, un’unica storia dell’immigrazione italiana in Brasile.

Perché tanti italiani partivano per il Brasile?
Alla fine dell’Ottocento il Brasile, e in particolare lo Stato di São Paulo, aveva un forte bisogno di lavoratori. L’espansione delle coltivazioni di caffè e il superamento del sistema schiavista spinsero proprietari e autorità a favorire l’arrivo di manodopera immigrata. Il Museu da Imigração di São Paulo ricorda che le politiche migratorie furono strettamente legate alla necessità di fornire lavoratori alle piantagioni e, successivamente, anche alle attività urbane e industriali.
Per questo la scelta narrativa di far arrivare Matteo proprio in una fazenda di caffè non è casuale. Dopo essersi separato da Giuliana al suo arrivo in Brasile, Matteo trova infatti lavoro nella fazenda di Gumercindo Aranha, proprietario terriero costretto ad adattarsi a una nuova realtà e ad assumere manodopera immigrata.
Per molti italiani il Brasile veniva immaginato come una terra in cui lavorare, mettere da parte del denaro e magari diventare un giorno proprietari. Ma la vita nelle fazendas poteva essere durissima.
L’IBGE spiega che una grande parte degli italiani impiegati nelle piantagioni di caffè aveva ben poche possibilità di accumulare il capitale necessario per acquistare una propria terra. Le famiglie stipulavano contratti in base ai quali dovevano occuparsi di un determinato numero di piante di caffè e al lavoro partecipavano anche donne e bambini. In cambio potevano disporre di una casa e di un piccolo terreno sul quale allevare animali o coltivare prodotti come mais e fagioli. Solo una parte riuscì realmente a trasformare il sogno della proprietà in realtà.
Ecco perché gli scontri tra Matteo e Gumercindo acquistano un significato che va oltre il melodramma. Matteo, che nella novela diventa progressivamente un leader dei propri connazionali, rappresenta anche la difficoltà degli immigrati di adattarsi a condizioni di lavoro che non corrispondevano necessariamente alle speranze con cui erano partiti.

Il terribile viaggio dell’Andrea I
Una delle parti più impressionanti di Terra Nostra è certamente la traversata.
Nella novela una malattia si diffonde sull’Andrea I. Anche i genitori di Giuliana, Giulio e Anna, muoiono durante il viaggio e i loro corpi vengono gettati in mare.
Ma c’è un episodio ancora più sorprendente, perché nasce da una testimonianza che Benedito Ruy Barbosa aveva ricevuto molti anni prima.
Bartolomeo ed Eleonora stanno per perdere la loro bambina. I marinai la credono morta a causa dell’epidemia e stanno per gettarla in mare insieme agli altri corpi quando la piccola improvvisamente piange.
Questa scena fu ispirata da una lettera inviata allo stesso Benedito Ruy Barbosa. Una donna anziana gli aveva raccontato che, durante una traversata di immigrati italiani verso il Brasile, un’epidemia aveva colpito la nave sulla quale viaggiava la sua famiglia. Creduta morta quando era ancora una neonata, stava per essere gettata in mare, ma cominciò a piangere proprio mentre veniva strappata dalle braccia della madre. Nella lettera, la donna affermava di essere lei quella bambina.
Questo non significa che ogni particolare dell’Andrea I debba essere considerato un documento storico. Significa però che Benedito Ruy Barbosa inserì nella finzione anche memorie e testimonianze legate all’esperienza reale dell’immigrazione.

Lo sbarco non era la fine del viaggio
Arrivare in Brasile significava soltanto cominciare un’altra parte del percorso.
Nello Stato di São Paulo un ruolo fondamentale fu svolto dalla Hospedaria de Imigrantes do Brás, inaugurata nel 1887. La struttura accoglieva gli immigrati e li indirizzava verso i posti di lavoro. Disponeva persino di un’Agenzia ufficiale di collocamento, oltre a servizi di assistenza, farmacia, ospedale, cucina, lavanderia e altri spazi destinati ai nuovi arrivati.
Dalla fine degli anni Ottanta dell’Ottocento decine di migliaia di persone sbarcavano ogni anno nel porto di Santos e una parte consistente veniva poi condotta alla Hospedaria e successivamente indirizzata verso le zone del caffè dell’interno paulista. Il principale mezzo di collegamento tra il porto, São Paulo e le aree dell’interno era il treno.
Tra il 1887 e il 1908, secondo diverse fonti ufficiali esaminate dal Museu da Imigração, dalla Hospedaria sarebbero transitate circa un milione di persone, con una forte presenza italiana. Il Museo avverte però che il numero esatto resta difficile da stabilire perché non tutti i registri sono conservati e alcuni possono contenere duplicazioni.

La “terra promessa” non era uguale per tutti
Gli immigrati italiani non seguirono tutti lo stesso percorso. Molti lavorarono nelle fazendas di caffè di São Paulo, altri si stabilirono nelle colonie agricole o si trasferirono nelle città.
Per molti emigranti il Brasile rappresentava la speranza di una vita migliore e, magari, di diventare proprietari di un pezzo di terra. La realtà, però, poteva essere molto più dura: nelle fazendas le condizioni di lavoro erano spesso difficili e solo una parte dei coloni riusciva davvero a migliorare la propria condizione economica.
Nel 1902 il cosiddetto Decreto Prinetti pose fine all’emigrazione italiana sovvenzionata verso il Brasile, anche in seguito alle denunce sulle condizioni vissute da molti lavoratori nelle fazendas. Terra Nostra, ambientata nel 1894, racconta quindi proprio gli anni centrali di questo grande flusso migratorio.
Il legame di Benedito Ruy Barbosa con questo mondo era anche personale. L’autore trascorse l’infanzia nell’interno dello Stato di São Paulo, dove conobbe famiglie di immigrati italiani che lavoravano nelle piantagioni di caffè. Per Terra Nostra utilizzò anche testimonianze e ricordi ricevuti da immigrati e loro discendenti.
Terra Nostra è una telenovela, ma il contesto storico che circonda i suoi protagonisti è reale: l’arrivo di centinaia di migliaia di italiani, il lavoro nelle fazendas, la ricerca di una vita migliore e la progressiva integrazione nella società brasiliana.
Per questo la partenza dell’Andrea I da Genova assume un significato che va oltre la storia d’amore di Giuliana e Matteo: dietro di loro ci sono le esperienze di tante famiglie che attraversarono davvero l’Atlantico con la speranza di ricominciare una nuova vita.

Mi piace molto Terra nostra.Grazie per queste interessanti informazioni.