di Marianna Vitale
Benvenuti al quarto appuntamento con il nostro Speciale Dancin’ Days!
Nelle scorse puntate abbiamo ballato senza sosta sotto le luci stroboscopiche, tra ritmi internazionali e l’energia travolgente delle As Frenéticas.
Oggi cambiamo decisamente atmosfera: spegniamo i riflettori della discoteca e accendiamo le luci soffuse del sentimento. Perché Dancin’ Days non raccontava soltanto il Brasile che ballava: raccontava anche quello che sognava, soffriva e sperava.
Sarebbe un errore pensare che la colonna sonora di questo capolavoro sia fatta solo di canzoni elettroniche e passi di danza, seppur bellissimi.
I produttori della telenovela ebbero una grandissima intuizione: affiancare ai travolgenti successi da pista una selezione raffinata di MPB (Musica Popolare Brasiliana). Divisa rigorosamente in due anime distinte, la colonna sonora presentava da un lato i grandi successi “disco” mondiali e dall’altro le canzoni cantate in portoghese, destinate ad accompagnare i momenti più intimi, romantici, ma anche di riflessione dei protagonisti.
“João e Maria”: un capolavoro di purezza e ricordi
Se c’è un brano che incarna perfettamente la delicatezza di questa seconda anima musicale, è senza dubbio “João e Maria“, scritta a quattro mani da Chico Buarque e Sivuca. Una melodia dolcissima che, nella telenovela, viene interpretata in modo magistrale dallo stesso Chico Buarque insieme a Nara Leão, e fa da sfondo alla storia dei personaggi di Beto e Marisa.
A rendere unica questa canzone è la sua struttura: il testo è scritto interamente utilizzando il tempo imperfetto, ricalcando alla perfezione il linguaggio tipico dei bambini quando inventano un gioco di fantasia (il nostro classico “Facciamo che io ero…”).
È una vera e propria fuga nel mondo dei piccoli, fatta di favole, giochi innocenti e sogni che sfidano la realtà:
Agora eu era o herói (Adesso io ero l’eroe)
E o meu cavalo só falava inglês (E il mio cavallo parlava solo inglese)
A noiva do cowboy era você (La fidanzata del cowboy eri tu)
Além das outras três… (Oltre alle altre tre…)
[…]
E pela minha lei (E per la mia legge)
A gente era obrigado a ser feliz (Tutti erano obbligati a essere felici)
L’intuizione di Gilberto Braga è stata straordinaria per un motivo molto concreto: la trama di Dancin’ Days è dominata dal cinismo, dall’ipocrisia dell’alta società, dalle bugie e dalle spietate notti mondane di Rio de Janeiro. Inserire in questo contesto una traccia che parla di filastrocche e giochi infantili crea un contrasto potentissimo.
Dire che “per la mia legge tutti erano obbligati a essere felici” non è solo una splendida licenza poetica legata all’infanzia, ma assumeva un significato potentissimo per il pubblico brasiliano del 1978. Il Brasile stava faticosamente uscendo dagli anni più bui della dittatura militare, un periodo storico fatto di leggi censorie, repressione e totale mancanza di libertà. In un clima segnato da censura e repressione, quel verso poteva essere percepito da molti spettatori anche come una forma di resistenza gentile: l’idea che l’unica legge degna di essere seguita fosse quella della felicità assumeva inevitabilmente una sfumatura politica.
Spostandoci invece all’interno della trama di Dancin’ Days, questo verso diventa lo specchio della coppia adolescente Beto e Marisa. Mentre gli adulti intorno a loro si fanno la guerra a colpi di denaro, status sociale e vendette personali, i due ragazzi provano a creare un loro microcosmo dove l’unica regola è proteggere la propria spensieratezza. È il rifiuto totale delle imposizioni e delle ipocrisie del mondo dei grandi: nel loro “paese delle meraviglie”, l’infelicità è letteralmente fuori legge.
“João e Maria” diventa così il porto sicuro dei protagonisti: non è una semplice canzone d’amore, ma il sottofondo ideale per i momenti di assoluta fragilità emotiva, quando i personaggi si spogliano delle loro maschere da adulti cinici per mostrare la parte più indifesa, pulita e legata ai ricordi della loro vita.
“Solitude”: Il pianto segreto dietro la maschera d’acciaio
Se “João e Maria” rappresenta il porto sicuro dei ragazzi, la tracklist nazionale compie un altro miracolo narrativo associando la struggente “Solitude” di Gal Costa al personaggio più controverso, duro e odiato della storia: Yolanda Pratini (Joana Fomm).
Yolanda ci viene presentata come una donna fredda, calcolatrice e ossessionata dal prestigio sociale, che ha sposato un uomo per puro interesse e che, mossa da una spietata cattiveria borghese, impedisce con ogni mezzo alla sorella Giulia di avvicinarsi alla figlia Marisa perché ex-detenuta. Eppure, quando Yolanda rimane sola nelle sue stanze, mentre il suo matrimonio di convenienza va in frantumi e le finanze crollano, la sua corazza di plastica si spezza. E parte la voce viscerale di Gal Costa:
Nessa solidão eu choro (In questa solitudine io piango)
As horas que não voltam mais (Le ore che non tornano più)
Nessa solidão devoro (In questa solitudine divoro)
Memórias que você me trás (I ricordi che mi porti)
[…] Ninguém pode ser tão só (Nessuno può essere così solo)
O dia inteiro (Tutto il giorno)
Eu sento e espero (Io mi siedo e aspetto)
Vou enlouquecer de dor (Impazzirò dal dolore)
L’abbinamento di questo brano a Yolanda è un colpo di genio: davanti al mondo e nei salotti dell’alta società, Yolanda fa l’impossibile per salvare le apparenze e fingere di essere una vincente a caccia del prossimo marito ricco. Ma la colonna sonora funge da radiografia della sua anima: dice allo spettatore che quella donna così cinica e manipolatrice, in realtà, è terrorizzata. Quei versi in cui canta “mi siedo, aspetto e mi dispero, impazzirò dal dolore, imploro per vedere te e vivere in pace” svelano che dietro la facciata da cattiva si nasconde una donna profondamente sola, intrappolata nei suoi stessi inganni e divorata dai fantasmi del passato e del fallimento. La musica toglie a Yolanda il ruolo di semplice “antagonista” e le restituisce una tragica, dolorosa umanità.
“Amanhã”: Il manifesto del riscatto e della rinascita di Giulia
“Amanhã”, scritta e interpretata da un immenso Guilherme Arantes, ha il compito di accompagnare la protagonista: Giulia (Sônia Braga).
La canzone è un crescendo di luce e speranza, il sottofondo perfetto per una donna che esce dal carcere e deve ricostruire la propria esistenza da zero, lottando contro i pregiudizi della società e la cattiveria della sua stessa famiglia:
Amanhã / Será um lindo dia (Domani sarà un giorno bellissimo)
Da mais louca alegria / Que se possa imaginar (Della più pazza allegria che si possa immaginare)
Amanhã / Redobrada a força (Domani, con forza raddoppiata)
Pra cima, que não cessa / Há de vingar (Sempre avanti, senza sosta, si otterrà riscatto)
I versi di Arantes si incastrano sulla pelle di Sônia Braga in modo quasi profetico. Giulia è un personaggio che subisce continuamente i colpi del presente, ma che vive con lo sguardo proiettato verso il futuro. Il testo affronta direttamente il dolore del presente per trasformarlo in una strada da percorrere:
Amanhã / Apesar de hoje (Domani, nonostante l’oggi)
Será a estrada que surge / Pra se trilhar (Sarà la strada che sorge per essere percorsa)
Amanhã / Mesmo que uns não queiram (Domani, anche se alcuni non vogliono)
Será de outros que esperam / Ver o dia raiar (Sarà di altri che aspettano di vedere l’alba)
Quel “anche se alcuni non vogliono” sembra scritto appositamente per Yolanda e per tutti i salotti borghesi di Rio che cercano di schiacciare Giulia e di tenerla lontana da sua figlia Marisa. Ma la canzone risponde con una forza della natura primordiale: la luminosità del sole (“o astro rei vai brilhar”) impererà sopra ogni cosa, al di sopra di qualsiasi volontà contraria.
Proprio come “João e Maria”, anche “Amanhã” si caricò di un profondo significato politico per l’epoca: in un Brasile che cercava disperatamente di intravedere la fine della dittatura, quel verso “Ódios aplacados / Temores abrandados / Será pleno” (Odi placati, timori attenuati, sarà pieno) risuonò nelle case di milioni di persone come un inno collettivo di libertà.
Per Giulia, significava la promessa che la sua notte personale stava finalmente per finire; per il pubblico, che un nuovo giorno stava davvero per spuntare.
A quasi cinquant’anni dalla sua prima messa in onda, Dancin’ Days continua a stupire proprio per questo equilibrio perfetto. Da una parte la febbre della disco music, il glamour e le luci di Rio; dall’altra la poesia della MPB, capace di raccontare ciò che i personaggi spesso non riuscivano a dire. Tra l’innocenza di “João e Maria”, la malinconia di “Solitude” e la speranza di “Amanhã”, la colonna sonora della telenovela finì per diventare il ritratto emotivo di un’intera generazione brasiliana.
Naturalmente, analizzare solo queste tre perle è quasi un peccato. Sia la colonna sonora nazionale che quella internazionale pullulano di tantissimi altri brani immensi che meriterebbero capitoli a parte per la loro storia e il loro impatto. E qui chiedo il vostro aiuto, cari lettori: se avete voglia di approfondire la storia di qualche altra traccia rimasta fuori da questa selezione, fatemelo sapere nei commenti e sarò felice di scrivere degli speciali dedicati!
Nel prossimo appuntamento del nostro Speciale “Dancin’days”:
Lasceremo da parte i vinili per aprire le ante dell’armadio più famoso della televisione anni ’70. Analizzeremo l’incredibile fenomeno della moda scatenato da Dancin’ Days: dai mitici calzini fluorescenti abbinati ai sandali con i tacchi a spillo, diventati un’ossessione nazionale, fino alle iconiche tute in lurex di Giulia de Souza Matos. . Non mancate!
