di Marianna Vitale
Benvenuti al terzo appuntamento con lo Speciale Dancin’ Days!
Dopo aver esplorato i retroscena della sceneggiatura e aver ballato al ritmo del disco-sound internazionale, oggi facciamo un salto pazzesco direttamente dall’altra parte dell’oceano. Voliamo in Brasile per riscoprire l’anima più autentica, travolgente e rivoluzionaria della colonna sonora nazionale: il fenomeno delle As Frenéticas.
Molti le ricordano semplicemente come le interpreti della celebre sigla di Dancin’Days.
In realtà furono molto di più.
Furono il volto della nuova femminilità, il simbolo di una generazione che reclamava libertà e il punto di incontro tra musica, televisione, spettacolo e trasformazione sociale.
Per comprendere davvero la loro importanza bisogna, però, fare un passo indietro.

Sei donne, sei storie di assoluta indipendenza
Seconda metà degli anni 70. Il Brasile viveva ancora sotto la dittatura militare instaurata nel 1964, ma stava attraversando una fase di profonda trasformazione. Le grandi città crescevano rapidamente, la televisione entrava stabilmente nelle case di milioni di persone e una nuova classe media urbana cercava modelli culturali diversi da quelli delle generazioni precedenti.
Anche i giovani stavan cambiando, desideravano divertirsi, uscire, viaggiare, sperimentare nuovi linguaggi e nuovi modi di vivere il proprio corpo.
La musica diventava il mezzo privilegiato attraverso cui esprimere questi cambiamenti.
E fu proprio allora che arrivò la disco music, che non era semplicemente un nuovo genere musicale, bensì un fenomeno culturale che metteva al centro il movimento, la socializzazione, la moda e il piacere di stare insieme. As Frenéticas nasceranno esattamente nel punto d’incontro tra tutte queste trasformazioni.
Ciò che rendeva unico il gruppo era la straordinaria diversità delle sue componenti.
Non erano ragazze selezionate da un produttore per soddisfare un modello estetico prestabilito. Erano donne adulte, con esperienze di vita completamente diverse, accomunate da un fortissimo desiderio di indipendenza.
C’era chi proveniva dall’alta borghesia carioca e chi da famiglie popolari, hi aveva studi universitari e chi aveva imparato il mestiere direttamente nei teatri e nei locali notturni.
Leiloca
Leila Neves (27 anni), carioca del Botafogo, proveniva da una famiglia ricca. Studiò nei migliori e più cari collegi di Rio de Janeiro, dai quali venne persino espulsa a soli 13 anni per aver diretto uno spettacolo teatrale in cui le alunne imitavano e prendevano in giro le professoresse! Arrivò a prepararsi per l’università di Psicologia, ma durante una prova d’ammissione ebbe una vera e propria “illuminazione”: si alzò, lasciò l’aula e non volle più saperne. Per lei, le Frenéticas erano “Un gran bel mix di cose, impegnato ma senza darlo a vedere, capito?”
Sandra
Sandra Cristina Maraullo Pera era la Frenética con la più alta ascendenza artistica. Già a 4 anni sua nonna collaborava regolarmente negli spettacoli popolari a Praça Tiradentes, e suo padre era il famoso comico Manoel Pera. Cresciuta nei camerini dei teatri di tutto il Brasile, debuttò a 16 anni nella rivista “Aqui Ó” al fianco della madre, lavorando poi come corista in diverse riviste e conquistando il cinema brasiliano nel 1971. Il suo obiettivo era limpido: “Vogliamo solo ballare molto, finché l’universo non esplode”.
Edir
Edir Silva de Castro rappresentava la determinazione più pura. Figlia di un portiere e di una collaboratrice domestica, studiò teatro lavorando instancabilmente ovunque, dalla radio alla televisione. Entrò nel gruppo di danza “Brasiliana”, esibendosi in tutta Europa, negli Stati Uniti e in Canada. In Germania posò da sola per pubblicità di mascara e rossetti, dichiarando con orgoglio: “Ho una bocca e delle ciglia bellissime, il che mi ha salvato dal dover restare nuda per sopravvivere”.
Lidoka
Maria Lídia Martuscelli (27 anni) ha vissuto il contrasto più duro. Nata da ricchi industriali, a soli 10 anni decise che sarebbe diventata un’artista e iniziò a ballare. Quando i genitori scoprirono le sue “attività clandestine”, i rapporti familiari diventarono difficilissimi. Decisa a essere indipendente, scappò, lavorando come segretaria esecutiva e venditrice ambulante di braccialetti, tappeti e assicurazioni. Un giorno disse alla madre che avrebbe scelto la musica e, invitata a lasciare definitivamente la casa paterna, si mantenne dando lezioni di danza in giro per la città.
Regina
Regina Maria Rodrigues Chaves prima del successo era una donna delle istituzioni: era nientemeno che la responsabile dell’ufficio stampa del Ministero dell’Industria e del Commercio. Laureata in Comunicazione Sociale all’Università di Brasilia, arrivò ad avere un programma tutto suo sulla TV Globo riguardante l’informazione economica! L’attrazione per il palcoscenico la spinse a Rio, dove recitò nei musical Graça do Bonfim e Jesus Cristo Superstar. A San Paolo si legò a un gruppo femminile di “music-hall” esibendosi a lungo a Parigi, dove recitò nel film Le Bon Et Le Méchant di Claude Lelouch.
Nega Dudu
Dulcilena Mores (26 anni) proveniva da una famiglia povera e numerosissima. Nata nei dintorni di Rio, era considerata all’unanimità la Frenética con la voce migliore e più pura. Debuttò nel 1970 nel musical Alice nos País Divino-Maravilhoso, interpretando poi un piccolo ruolo nella telenovela Irmãos Coragem e recitando in pezzi storici come Hair, Missa Leiga e Jesus Cristo Superstar. Fu lei a coniare la definizione definitiva del gruppo: “Siamo tutto ciò che le persone vogliono che siamo. Pazze, una moda, un movimento importante… dipende dalla testa di chi ci vede, ci ascolta e parla di noi”.
Ma come si sono incrociate 6 incredibili traiettorie?
La scintilla scoccò il 5 agosto 1976. Quella sera il giornalista e produttore musicale Nelson Motta inaugurò a Rio de Janeiro una discoteca destinata a entrare nella storia: il The Frenetic Dancing Days.
Il locale divenne immediatamente il punto di riferimento della notte carioca. Artisti, attori, giornalisti e giovani professionisti affollavano la pista da ballo attratti da una formula completamente nuova.
La vera attrazione non era però soltanto la musica: le cameriere del locale, selezionate per il loro carisma e la loro presenza scenica, a metà serata abbandonavano vassoi e cocktail per salire sul palco e trasformarsi in protagoniste assolute dello spettacolo. Cantavano, ballavano, improvvisavano, coinvolgevano il pubblico. La loro energia era travolgente e nessuno aveva mai visto qualcosa di simile.
Quando la discoteca chiuse, il fenomeno era ormai troppo grande per essere ignorato.
Nel 1977 la WEA decise di portarle in studio di registrazione ed il risultato fu esplosivo.
Il primo album superò rapidamente le 250.000 copie vendute e conquistò il Disco d’Oro. Il singolo Perigosa, scritto da Rita Lee, Roberto de Carvalho e Nelson Motta, divenne uno dei più grandi successi dell’anno, riuscendo addirittura a superare nelle programmazioni radiofoniche di fine anno il “re” Roberto Carlos, un primato che sembrava impossibile da scalfire.
All’epoca alcuni critici accusarono le Frenéticas di imitare la disco music statunitense ma la realtà era molto più complessa. Il gruppo prendeva certamente ispirazione dal linguaggio internazionale della disco, ma lo rielaborava attraverso elementi profondamente brasiliani.
Nelle loro esibizioni convivevano il teatro di rivista, il carnevale, la cultura popolare carioca, la sensualità tropicale e la tradizione della MPB.
Non a caso collaborarono con loro alcuni dei più importanti autori brasiliani dell’epoca, tra cui Gonzaguinha, Rita Lee e Chico Buarque.
Le Frenéticas dimostrarono che era possibile essere moderne e internazionali senza rinunciare alla propria identità culturale.
Un inno di liberazione nazionale
Nel 1978 arrivò il momento della consacrazione definitiva. La Rede Globo lanciò la telenovela Dancin’ Days e affidò proprio alle Frenéticas l’interpretazione della sigla d’apertura scritta da Rubens Queiroz e Nélson Motta. Il risultato fu storico.
La canzone invase radio, discoteche, programmi televisivi e feste private.
Ma il suo successo non dipese soltanto dal ritmo irresistibile.
Dietro l’apparente leggerezza della disco music si nascondeva un messaggio sorprendentemente potente:
Abra suas asas, solte suas feras (Apri le tue ali, libera i tuoi istinti)
Caia na gandaia, entre nessa festa (buttati nella mischia, entra in questa festa)
L’inizio era un urlo assoluto di emancipazione. Quell'”Apri le tue ali, libera le tue belve (i tuoi istinti)” non era solo un invito a scatenarsi in pista, ma un incitamento diretto – rivolto soprattutto all’universo femminile della fine degli anni ’70 – a rompere le catene delle convenzioni sociali, dei ruoli predefiniti e del rigido perbenismo borghese. La pista da ballo della discoteca si trasformava nell’unico spazio democratico e protetto dove poter esprimere la propria vera natura senza il timore del giudizio altrui.
A gente às vezes sente, sofre, (A volte la gente sente, soffre)
dança sem querer dançar (balla senza voler ballare)
Questo era senza dubbio il passaggio più intimo, profondo e venato di sottile malinconia dell’intera canzone. Descriveva la maschera delle apparenze imposta dalla società patinata: l’obbligo di mostrarsi sempre felici, spensierati e “al passo con i tempi”, anche quando dentro si sta affrontando un dramma o una profonda ferita interiore. Il movimento diventava così un rifugio terapeutico necessario per sopravvivere.
Na nossa festa vale tudo (Nella nostra festa tutto è permesso)
Vale ser alguém como eu, como você (È permesso essere qualcuno come me, come te)
Fu l’abbattimento totale e istantaneo delle barriere e dei privilegi di classe. Sotto le luci stroboscopiche non importava se eri una donna ai margini che cerca di ripulire il proprio passato o un ricco esponente dell’alta società: la musica azzerava le distanze storiche, restituendo a chiunque lo stesso identico diritto di esistere e di essere se stesso.
Dance bem, dance mal, dance sem parar (Balla bene, balla male, balla ma non fermarti)
Il travolgente e ipnotico ritornello finale si tradusse in un ordine liberatorio ed energico. Non occorreva l’approvazione degli altri, non serviva essere professionisti o possedere l’eleganza formale richiesta nei salotti aristocratici. L’atto puro di muoversi, di scuotersi di dosso la polvere del quotidiano e di restare in moto costante era l’unica ricetta vincente per non farsi schiacciare dalle avversità della vita.

Rileggere queste storie e queste parole a distanza di anni ci fa capire perché Dancin’ Days sia rimasta impressa indelebilmente nell’immaginario collettivo: non si trattava di semplice intrattenimento serale, ma del riflesso fedele di un intero mondo che stava cambiando, spinto dal coraggio, dalla libertà e dalla voce trascinante di sei donne indimenticabili.
Nel prossimo appuntamento del nostro Speciale “Dancin’days”:
Esploreremo l’altra faccia della medaglia di questa pazzesca colonna sonora. Spegneremo per un attimo le luci stroboscopiche della discoteca per immergerci nella grande poesia della MPB (Musica Popolare Brasiliana) d’autore, muovendoci tra la delicatezza di Chico Buarque, Gal Costa e la straordinaria carica interpretativa di Elis Regina. Non mancate!
