
Quando O Clone debuttò in Brasile nel 2001, la clonazione non era soltanto materiale da fantascienza. Era uno degli argomenti scientifici più discussi del momento. Pochi anni prima, nel 1996, la nascita della pecora Dolly aveva provocato un’enorme attenzione mediatica e aperto interrogativi che sembravano usciti direttamente da un romanzo: sarebbe stato possibile clonare anche un essere umano? E, soprattutto, sarebbe stato giusto farlo?
Fu proprio in questo clima che Glória Perez costruì una delle componenti più affascinanti di O Clone: la storia dello scienziato Albieri e della creazione di Léo.
Ma c’è un particolare ancora più interessante. La scienza presente nella telenovela non rimaneva chiusa nella finzione. Le notizie che comparivano realmente sui giornali potevano entrare direttamente nella trama, facendo incontrare il mondo immaginario di Albieri con il dibattito scientifico che, nello stesso momento, si svolgeva nella realtà.
Gli scienziati dietro O Clone

Per affrontare un argomento tanto complesso, la produzione si rivolse anche a specialisti.
Tra loro figurava la genetista brasiliana Mayana Zatz, dell’Universidade de São Paulo. Ma qui occorre fare una precisazione interessante: la stessa Zatz spiegò successivamente che la sua consulenza aveva riguardato soprattutto gli aspetti etici della clonazione, e non la correttezza dei concetti genetici utilizzati nella sceneggiatura.
La genetista fu infatti critica nei confronti di alcuni contenuti scientifici della novela e sostenne che vi fossero errori concettuali.
Uno degli esempi citati riguarda addirittura il penultimo capitolo. Durante una discussione sul possibile legame biologico tra Deusa e Léo, viene menzionato il mitocondrio definendolo come se fosse un tipo di cellula, mentre si tratta di un organello presente all’interno della cellula.
Quindi O Clone non deve essere considerata un manuale di genetica. Ed è proprio questo il punto interessante: il suo valore non risiede necessariamente nell’aver spiegato in maniera impeccabile la scienza, ma nell’aver portato questioni scientifiche complesse davanti a un pubblico enorme.
Albieri, lo scienziato che oltrepassa il limite
Albieri è costruito secondo un’immagine dello scienziato che appartiene da tempo alla letteratura e al cinema: il genio solitario, totalmente assorbito dalla propria ricerca, disposto ad attraversare limiti che gli altri non osano superare.
Nella novela viene presentato come un genetista eccezionale, ateo, ossessionato dalla propria attività scientifica e poco incline ai legami affettivi. La creazione del clone avviene quasi come l’impresa individuale di un uomo che si considera capace di cambiare la storia.

Gli studiosi hanno fatto notare come questa rappresentazione riproponga anche alcuni stereotipi sulla figura dello scienziato: il genio isolato, l’esperimento straordinario, la scienza realizzata quasi esclusivamente grazie all’intuizione del singolo individuo.
Albieri arriva inoltre a sostenere che lo scienziato non debba essere responsabile dell’uso che la società farà delle sue scoperte. È una posizione che apre immediatamente una delle grandi domande della novela: fin dove può arrivare la ricerca scientifica prima che lo scienziato debba fermarsi e interrogarsi sulle conseguenze delle proprie azioni?
Quando Severino Antinori entrò nella trama

Il caso più curioso dell’incontro tra realtà e finzione riguarda il medico italiano Severino Antinori.
Nel 2002 il nome di Antinori era al centro delle cronache internazionali per le sue dichiarazioni riguardanti progetti di clonazione umana.
E Glória Perez fece entrare quella notizia direttamente nella telenovela.
Nell’aprile del 2002, mentre O Clone era ancora in onda, nella trama venne ripresa la notizia secondo la quale Antinori avrebbe realizzato il primo clone umano. Non si trattava di una clonazione scientificamente dimostrata: era una notizia e una rivendicazione che suscitavano fortissime controversie. Ma per la sceneggiatura fu un’occasione straordinaria.
Albieri, personaggio immaginario, aveva infatti già creato Léo.
Si sviluppò così una sorta di rivalità tra uno scienziato reale e uno scienziato di fantasia: Antinori cercava nella realtà ciò che Albieri sosteneva di avere già realizzato nella fiction.
Per lo spettatore il confine diventava sottilissimo.
Il nome letto quella mattina sui giornali poteva essere pronunciato la sera dai personaggi della telenovela.
La cronaca entrava direttamente nel melodramma.
Un clone di Lucas sarebbe davvero Lucas?

È probabilmente la domanda più importante di tutta la vicenda di Léo.
Albieri lavora sul patrimonio genetico di Lucas, ma Léo cresce come una persona diversa, con esperienze, relazioni e sentimenti propri.
Ed è proprio questo uno dei punti nei quali la scienza incontra la filosofia.
Possedere lo stesso DNA non significa possedere la stessa vita.
Un individuo non è formato soltanto dai suoi geni. La sua personalità nasce anche dalle esperienze, dall’ambiente, dall’educazione, dalle relazioni e dagli avvenimenti che incontra nel corso della propria esistenza.
Léo può assomigliare fisicamente a Lucas, ma non può essere la ripetizione della sua storia.
E quindi la domanda di Albieri finisce per trasformarsi: non si tratta più semplicemente di capire se sia possibile copiare geneticamente un uomo, ma se sia possibile riprodurre una persona.
La scienza contro la religione
La clonazione permise inoltre a Glória Perez di mettere in scena un altro confronto molto più antico: quello tra fede e scienza.
Albieri, dichiaratamente ateo, discute in diversi momenti con figure religiose, tra cui un sacerdote cattolico e un musulmano. Il genetista sostiene che l’uomo attribuisca al soprannaturale ciò che ancora non riesce a spiegare e che, man mano che la scienza progredisce, le spiegazioni scientifiche finiscano per occupare il posto un tempo riservato alla religione.
A un certo punto arriva perfino a paragonarsi a Giordano Bruno, il filosofo condannato dall’Inquisizione, presentandosi implicitamente come un uomo perseguitato perché troppo avanti rispetto al proprio tempo.
Ancora una volta, però, la novela non offre una risposta definitiva. Mette le diverse visioni una davanti all’altra e lascia allo spettatore il problema.

Una telenovela come documento del proprio tempo
A distanza di oltre vent’anni, forse è proprio questo l’aspetto più affascinante di O Clone: essere diventata, quasi senza volerlo, una fotografia delle paure, delle speranze e delle domande scientifiche che accompagnarono l’inizio del nuovo millennio.
La pecora Dolly aveva dimostrato che ciò che fino a pochi anni prima sembrava appartenere soltanto alla fantascienza poteva diventare realtà. Gli scienziati discutevano dei limiti della clonazione, i giornali rilanciavano annunci ed esperimenti controversi e il pubblico iniziava a chiedersi se il passo successivo avrebbe riguardato l’essere umano.
Glória Perez raccolse tutto questo e lo trasformò in racconto popolare.
Con semplificazioni, errori e inevitabili esigenze narrative, O Clone riuscì comunque a portare nelle case di milioni di spettatori questioni che fino ad allora sembravano riservate ai laboratori e agli specialisti: la clonazione, l’etica della ricerca, l’identità, il confine tra ciò che la scienza può fare e ciò che dovrebbe fare.
Forse è questo il lascito più interessante della storia di Albieri e Léo.
Non aver dato una risposta definitiva, ma aver costretto il pubblico a porsi delle domande.
Perché mentre il mondo reale cercava ancora di capire fin dove potesse spingersi la scienza, O Clone trasformava quelle stesse incertezze in una storia capace di entrare nelle case, nelle conversazioni e nell’immaginario collettivo.
E così, più che raccontare la scienza del suo tempo, O Clone finì per raccontare il modo in cui un’intera epoca guardava al futuro.
