di Marianna Vitale
Con questo articolo diamo ufficialmente il via a un nuovo ciclo di speciali, interamente dedicati a una pietra miliare della teledrammaturgia mondiale: la telenovela brasiliana del 1978, Dancin’ Days.
In questa serie di appuntamenti voglio portarvi con me dietro le quinte di un successo eterno. Esploreremo i retroscena della sceneggiatura, i segreti del cast e l’incredibile impatto culturale di una colonna sonora indimenticabile. E per iniziare questo viaggio, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo, nel momento esatto in cui tutto ha avuto inizio.
Vi siete mai chiesti come sia nata davvero l’idea di questo pilastro televisivo, che ha consacrato definitivamente il talento del grande Gilberto Braga?
La risposta si nasconde dietro un retroscena affascinante, fatto di amicizia, intuito e… un pizzico di straordinaria generosità tra titani della scrittura. Scopriamolo subito!

I consigli preziosi della Maestra
Siamo nel 1978. Gilberto Braga è un autore giovane, ma i vertici di Rede Globo decidono di scommettere sul suo talento lanciandolo nella “tana dei leoni”: la fascia oraria delle 20:00, la più importante del palinsesto, il vero e proprio horário nobre. L’eredità che Braga deve raccogliere è di quelle che farebbero tremare le gambe a chiunque: deve sostituire sui teleschermi il travolgente successo di O Astro, firmato all’epoca dalla “regina” indiscussa del genere, Janete Clair.

Per Braga è la prova del nove: il suo primo lavoro totalmente originale in quella fascia, dopo i fortunati adattamenti in costume come La schiava Isaura. L’autore si ritrova solo davanti alla macchina da scrivere, alla disperata ricerca di un punto di partenza forte.
Fortunatamente, tra i grandi della scrittura non c’era rivalità, ma una sincera stima.
A tendergli la mano, infatti, è proprio Janete Clair.
Qualche mese prima, il 2 novembre 1977, il programma giornalistico Globo Repórter aveva trasmesso un documentario intitolato As Condenadas, girato nel presidio femminile Talavera Bruce di Rio de Janeiro, che mostrava la cruda quotidianità delle detenute. Sapendo che l’amico era alla ricerca del soggetto giusto, Janete gli diede la dritta fondamentale di recuperare e guardare quella puntata. Da quel documentario nacque l’illuminazione. Gilberto si mise al lavoro e buttò giù le prime linee di un progetto che battezzò con il titolo provvisorio di A Prisioneira (La Prigioniera), incentrato proprio su una donna – Júlia Matos – che tenta di rifarsi una vita dopo il carcere.
Per molto tempo, alimentata anche dall’autobiografia del regista Daniel Filho, è fiorita una versione quasi leggendaria di questo momento. Si diceva che Janete avesse servito su un piatto d’argento l’intera trama a Gilberto, ma in privato si è sempre sentito un po’ a disagio con questa ricostruzione, definendola “folclore”, anche se evitava di smentirla con troppa enfasi per non apparire sgarbato verso l’amica e mentore.
Sebbene l’input di guardare quel documentario fosse farina del sacco di Janete, determinare chi abbia effettivamente riassunto per primo l’idea centrale resta un mistero. Gilberto stesso, d’altronde, amava citare altre due grandi fonti d’ispirazione che si fusero nella sua mente per la nascita di Giulia Matos (Sônia Braga): la radionovela Presídio de Mulheres, che ascoltava alla Rádio Nacional da bambino, e il film francese del 1976 di Claude Lelouch, Chissà se lo farei ancora (Si c’était à refaire).
Ad ogni modo, quel famoso speciale del Globo Repórter che ispirò l’autore era così legato al destino della telenovela che la Globo decise di mandarlo in replica a furor di popolo proprio una settimana dopo il debutto della telenovela, il 18 luglio 1978. Cosa assai curiosa.
Dal ristorante alla pista da ballo
Se l’ossatura della storia restava ancorata a un dramma carcerario intenso e dalle tinte classiche, la travolgente e modernissima confezione visiva si dovette interamente a un’altra figura chiave della Globo: il regista Daniel Filho. In pochi sanno che, nella prima idea di Gilberto Braga, non esisteva alcuna discoteca: la trama di A Prisioneira doveva ruotare attorno a un elegantissimo e sofisticato ristorante d’alta classe, dove l’élite si riuniva a cenare e discutere.
Fu proprio Daniel Filho, folgorato dal successo mondiale del film La Febbre del Sabato Sera con John Travolta (proiettato in Brasile proprio in quel periodo), a spingere per cambiare radicalmente rotta. Il regista sentiva che la telenovela non poteva chiudersi tra le quattro mura di un ristorante: doveva invece immortalare la densa, frenetica e libertaria onda della musica disco, un fenomeno che nel paese stava muovendo i primi passi ma che era ancora strettamente elitario.

Per trovare il nome della discoteca della finzione, Daniel e Gilberto presero in prestito quello di una vera e popolarissima boite (discoteca in portoghese) aperta per soli quattro mesi nel 1976 dal produttore Nelson Motta all’interno del neonato Shopping da Gávea, a Rio de Janeiro: la Frenetic Dancing Days Discothèque (resa immortale anche da Caetano Veloso nel celebre brano “Tigresa” del 1977).
Quando sottoposero l’idea a José Bonifácio de Oliveira Sobrinho, il mitico direttore generale Boni, nacque il titolo definitivo. Boni temeva che il grande pubblico potesse rifiutare un nome straniero così lungo o pronunciarlo male, storpiandolo magari in un bizzarro “dancíngui” (dansinghi). Suggerì così una sforbiciata chirurgica: via la parola Frenetic, via la “g” finale. Nacque così, semplicemente, Dancin’ Days.
All’inizio non mancarono le critiche da parte dei puristi per la scelta di un nome inglese, ma Gilberto Braga difese sempre quella scelta a spada tratta. Per l’autore, quel titolo non rappresentava solo le luci stroboscopiche e il divertimento della pista da ballo: era la metafora perfetta di una classe media schiacciata che cercava una via di fuga, in netto contrasto con le atmosfere malinconiche di un quartiere come Copacabana, dove i personaggi si muovevano inseguendo i propri sogni.
Il resto è storia. La trama conquistò i telespettatori brasiliani e in seguito quelli di tutto il mondo, Italia compresa. Il successo fu così devastante da confondere la finzione scenica con la realtà. Cavalcando il boom della telenovela, Nelson Motta decise di riaprire la sua vera discoteca nel 1978, questa volta in cima al suggestivo Morro da Urca. Ogni venerdì e sabato si scatenava un vero e proprio delirio collettivo: tremila persone prendevano d’assalto le funivie per salire nel locale, molte delle quali erano totalmente convinte di stare “entrando nella telenovela” e speravano sinceramente di trovare Sônia Braga in carne e ossa a ballare scatenata in mezzo alla pista.
A sei mesi dal debutto, Gilberto Braga si diceva un uomo felice, festeggiando la fine della produzione insieme al regista Daniel Filho e al cast. Aveva superato l’esame finale a pieni voti, regalandoci un capolavoro che, ancora oggi, fa ballare i nostri ricordi.
Nel prossimo appuntamento del nostro Speciale:
Entreremo dentro la pista da ballo per scoprire come la musica sia diventata a tutti gli effetti un personaggio della storia. Analizzeremo l’esplosione del “Disco-Sound” internazionale e i segreti della leggendaria boite progettata appositamente per la serie. Non mancate!
